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BARILE A BOOMERANG

E' arrivato a quota 4000, il numero dei soli soldati americani morti in Iraq dal marzo 2003 ad oggi (sono passati cinque anni dall'invasione da parte degli Usa). Adolph Bush ha commentato tale dato dicendo che gli Usa stanno comunque vincendo la partita. Anzi, pur riconoscendo "gli elevati costi in termini di vite umane" delle operazioni in Iraq, ha osservato con soddisfazione che il bilancio - con una media di 800 morti l'anno - rimane decisamente più basso rispetto ai conflitti precedenti.
Sono morti invisibili, lontani da ogni onore, sono la coscienza sporca degli americani, le loro salme vengono rimpatriate con grande discezione, sino a poco tempo fa era anche proibito fotografarle, mentre tornavano avvolte nella bandiera a stelle e strisce.
Poi ci sono altri esseri umani morti in quella guerra maledetta, sono le vittime civili irachene, morti dimenticati, dato che nessuno ne tiene il conto. Le stime oscillano tra 82mila e oltre un milione di vittime.

Una guerra fatta per il petrolio, una guerra non vinta, una guerra che in sostanza non è servita a nulla, dato l'andamento del prezzo al barile ed i fattori contingenti dell'economia mondiale. Se il fine era quello di risollevare l'economia americana, che già cinque anni fa risultava sofferente, la mission non è stata raggiunta.

Troppe sono le questioni coagenti, prima tra tutte l'effetto boomerang della globalizzazione.
Vi ricordate come iniziò tutto? Sull'onda del liberismo americano le multinazionali ed i loro dipendenti politici pensarono che ponendo delle regole al commercio mondiale si sarebbe potuto ottenere un congruo beneficio. Dicevano che la cosa avrebbe giovato anche ai paesi del terzo mondo e a quelli emergenti. In realtà si trattava di fare cartello sui prezzi di acquisto di materie prime, prelavorati e lavorati ed in conseguenza sull'incidenza del costo della mano d'opera. Così facendo i paesi poveri sarebbero restati poveri e quelli ricchi si sarebbero arricchiti sempre di più.
Ma questa filosofia, appunto in una lettura globale dell'economia, non è piaciuta a tutti. Non è piaciuta ai No-global, ad Amnesty International, e soprattutto non è piaciuta ai paesi produttori di materie prime, che si sono subito resi conto di quanto la loro economia venisse penalizzata da questo nuovo ordine mondiale imposto unilateralmente.

Mao Zedong, consapevole dell'immenso potere numerico del suo popolo, diceva che se avesse ordinato a tutti i cinesi di battere i piedi in terra, il mondo sarebbe tremato. In effetti, rispetto ad una popolazione mondiale costituita da circa 6 mld di persone, la Cina, con 2 mld di persone, rappresenta da sola 1/3 della specie umana. Se poi aggiungiamo la vicina India, con 1,130 mld di persone, possiamo dire che i due Paesi rappresentano più della metà della popolazione mondiale.
Soppesiamo bene questo dato e pensiamo in che misura gli indirizzi economici di questi due Paesi possano influenzare l'andamento dell'economia globale.

Così avvenne qualcosa di imprevisto. I vertici della Cina si sentirono di dover dare una risposta alle regimentazioni imposte dalle multinazionali promotrici della globalizzazione. Avrebbero potuto scegliere le armi convenzionali, ma sarebbe stato un inutile dispendio di energie che avrebbe comunque danneggiato la loro economia. Così decisero di rispondere al fuoco con le stesse armi, quelle del capitalismo. Avvenne qualcosa di imprevedibile: la Cina, roccaforte storica del comunismo, decise di aprirsi al consumismo. Una contraddizione ideologica funzionale, che gli avrebbe permesso di invadere il resto del pianeta con la propria produzione, divenendo in brevissimo tempo l'unica, o quasi, fabbrica del mondo.

Già in passato scrissi sull'ipocrisia dei Paesi ricchi rispetto alla povertà della maggior parte del mondo. In pochi consumavamo la maggior parte delle risorse disponibili ed inquinavamo anche per conto di chi non aveva i soldi per farlo. Sarebbero bastati i soldi spesi per una delle tante guerre per togliere dalla fame tutti i Paesi che vivevano nell'indigenza, ma a che scopo? Meglio farli vivere nella loro condizione, smerciandogli aiuti, prestiti capestro, farmaci scaduti e rifiuti tossici (che ora non sappiamo più a chi propinare). Questa era la condizione del mondo, non c'èra un interesse per volerla cambiare e al contempo non poteva durare per sempre. Ogni morto di fame, di guerra e di disperazione era un costo compreso nel prodotto in vendita nei supermercati. Comprandolo, si diveniva, in modo più o meno consapevole, corresponsabili di quelle morti, poi si lasciavano dei soldi per i bambini delle missioni e la coscienza tornava pulita.

Ecco quindi ciò che i giornali non dicono, le ragioni vere della caduta del dollaro americano e dell'ascesa del prezzo del barile.
Il petrolio non è una risorsa infinita, vent'anni fa si diceva che sarebbe finito da lì a poco, poi si accorsero che non era così, che diventava solo un po' più impegnativo estrarlo. Ma da allora i consumi sono aumentati vertiginosamente.
Per motivi ignoti non viene imposto l'uso di energie alternative, e non parlo certo del nucleare, che i giornali stanno propinandoci come la soluzione "sicura" da ogni male.
Insomma, per farla breve, ora che Cina e India si sono messe in moto, la domanda è aumentata, la disponibilità diminuita vertiginosamente, ed alcuni ritengono che entro vent'anni si resti senza un goccio di petrolio.

Gli Usa, zitti zitti, già stanno usando soltanto petrolio di importazione, cercando di usare le proprie produzioni per impinguare le scorte in vista dei tempi bui. Se da un canto questo è un atteggiamento prudente, dall'altro è una scelta che si fa sentire sul dollaro americano, in un momento già difficile per altri aspetti.
Il principio del consumismo è basato sulla crescita costante, se il consumo langue, l'economia ristagna ed il sistema entra in sofferenza. Attualmente i mercati in espansione sono quelli orientali; l'america langue per mancanza di competitività anche nel settore dell'alta tecnologia, dove l'India fa lezione, per la mancata vigilanza sulle banche, per le guerre non vinte (fare le guerre costa e se non le vinci il ritorno è limitato), per l'effetto boomerang della globalizzazione, per la conseguente carenza di oro nero.

E l'Europa? Per ora è l'ago della bilancia, l'avamposto della resistenza del vecchio mondo, l'anello di congiunzione, anche geografico, tra occidente e oriente. Al solito i venti americani giungeranno anche qui, stavolta venti di recessione. Sta all'Europa riuscire a trovare una soluzione innovativa al problema, svincolandosi dagli Usa e dalle sue direttive superiori, adottando una svolta che definirei filosofica nel modo di concepire il ruolo europeo nella politica economica mondiale.
Prima della conservazione dei privilegi di casta, bisognerà pensare alla salvezza dell'ambiente, creando un modello esportabile sia ad oriente che ad occidente. Sarà necessario invertire l'attuale tendenza, investendo in ricerca, esportando tecnologie ambientali totalmente innovative. E affinchè tale indirizzo abbia un senso, il tutto dovrà avvenire con grande rapidità.

Questo è l'indirizzo che dovrà necessariamente prendere la politica europea, e quindi anche quella italiana.
Buon lavoro a tutti.

eye

Pubblicato il 24/3/2008 alle 9.34 nella rubrica Commentario urbano.

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